lunedì 8 agosto 2011
Ammiratore segreto
A quindici anni ebbi la mia prima parte importante in un balletto: sarei stata Aurora nella Bella Addormentata. Amavo la musica di Tchaikovsky, mi piaceva l’odore di legno e velluto del palcoscenico, mi piaceva pure quel turbinare di tulle e fiori che stava intorno alla scena delle mie nozze. Ma da grande volevo fare la scrittrice, non la ballerina, e non mi esaltava l’idea di esibirmi davanti a tutta quella gente.
Era il maggio odoroso, che sbirciavo soltanto dalla mia stanza in cui passavo i pomeriggi fra periodi ipotetici, perfetti con raddoppiamenti, i lunghi viaggi asiatici di Senofonte e Cesare che scavava erigeva scavalcava gli avvallamenti i fossati i terrapieni sfuggendo o sovrastando Ariovisto. Chiusi i vocabolari, rinchiudevo di nuovo me stessa in teatro, sempre con il cuore un po’ altrove.
Nelle pause, e a volte anche alla sbarra, le mie compagne di danza ragionavan d’amore, fra confidenze e risatine, mentre io che ero Bellaeaddormentata non sapevo cosa dire e cosa raccontare, se non delle sudate carte su cui, senza confessarlo mai, mi sentivo destinata a passare tutta la vita. In verità ero anch’io innamorata. Lo ero sempre. Ma non esisteva quel ragazzo nella vita reale. Non esisteva perché avrebbe dovuto avere il coraggio di Mario Cavaradossi e l’eleganza di mister Darcy e la passione di Heathclift. Soprattutto doveva essere un musicista, dal momento che quell’anno avevo visto in un cinema d’essai “Luci della ribalta” e mi ero subito innamorata del pianista.
“E una sera, davanti all’elegante malinconia del crepuscolo, lui ti dirà che ti ama, e tu gli dirai che lo hai sempre amato…”.
Insomma, non avevo nessuno. Avevo veramente letto tutti i libri e la carne era veramente triste (ahimè). Alla fine delle prove, le mie amiche salivano su motorini ed erano prese sottobraccio, mentre io mi avviavo fra piazza e portici, sola, verso casa. Di fianco al teatro c’era il castello, un castello vero, ma io fuori dal palco non ero più una principessa e nessuna fata dai colori delle ortensie mi avrebbe toccato con la sua magia.
Una settimana prima dello spettacolo, avevamo provato e riprovato la scena in cui, in attitude, ricevevo le proposte di matrimonio dai vari pretendenti, che danzavano con me e alla fine mi donavano un fiore. E’ un passo difficile, perché richiede un grande equilibrio ed una perfetta sintonia con il ballerino. Oltre a questo, che già mi metteva apprensione, ricordo che pensavo con malinconia che in fondo nessuno di quei fiori era veramente per me. Alla fine mi ritrovavo con un mazzetto di rose bianche che erano solo una finzione, così come erano finti i loro petali di seta. Proprio come quelli ricamati da Lucia detta Mimì (ahimè), non avevano odore.
A casa, raccontai queste cose a mia nonna. Io e lei, in cucina, a parlare di fiori, di ricamatrici morte di tisi (ovviamente ero innamorata anche di Rodolfo, è ovvio), di pretendenti che non avevo e non avrei avuto mai. Mentre lei mescolava un budino Ebo alla cioccolata con una scorzetta di limone dentro, che avrei mangiato di lì a poco, ancora caldo, le confessavo quanto avrei voluto ricevere veramente dei fiori da un pretendente. Rose rosse da un bellissimo carbonaro nobile e romantico, un po’ ussaro sul tetto, un po’ medico di Cronin, e naturalmente pianista. La nonna aveva scosso la testa in silenzio e mettendomi la coppetta profumata davanti aveva soltanto detto: “Soffia, che è bollente.”
La sera dello spettacolo eravamo tutte irriconoscibili, con i capelli raccolti alla nuca, lunghe ali di matita nera e brillantini sugli occhi, tutte bianche e rosa e sottili, i piedi imprigionati fra raso e gesso. Io fra i capelli avevo anche un diadema che sembrava vero: mi guardavo allo specchio senza riconoscermi e non sapevo se la cosa mi piacesse o no.
I ragazzi delle mie compagne avevano mandato loro mazzi di fiori di tutti i colori, che giacevano nel lavandino dei camerini: i commessi dei fioristi arrivavano e consegnavano, in un frusciare di carta trasparente e crocchiante che faceva voglia. Avrei dato la mia parte principale e tutti i balletti russi, se avessi potuto avere in cambio, quella sera, un pianista che suonasse “Eternamente” solo per me ed io avessi potuto ballare solo per lui, come faceva Terry, anche se era convinta di amare Calvero. Ma nella vita, avrei imparato presto, i baratti non funzionano mai.
Appena prima che iniziasse il balletto, nel camerino che dividevo con altre due ragazze, entrò il garzone di un grande fioraio della città, che lesse la busta e disse il mio nome. Proprio il mio nome, non c’erano errori. Mi consegnò con indifferenza un fascio di rose a stelo lungo, avvolte nel cellophane. Lessi il bigliettino bianco, incredula e stupita.
“Alla mia principessa Aurora, queste rose rosse.” Ed era firmato: un Ammiratore Segreto.
Mi venne da piangere e da ridere insieme: abbracciai i fiori e li appoggiai con cura sul tavolino, poi andai in scena con il cuore pieno di una commozione a cui non riuscivo a dare un nome.
Nel biglietto avevo riconosciuto, senza ombra di dubbio, la calligrafia di mio nonno.
Alessandra Burzacchini
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