Sebbene si fosse di già nella seconda quindicina d'aprile, la primavera, intesa come fattore climatico, non solo non era ancora alle porte, ma nemmeno prossima né tanto meno in vista; di fatto si era resa latitante, all'epidermide dei più, palesandosi, ’sta stupida, soltanto nei computi del Barbanera. E’ stato proprio in quel periodo che mi venne la luna di mettermi a praticare lo jogging la mattina presto al Valentino. Mi ero risolto a farlo in quanto alla fine dell'inverno potevo non vantarmi di possedere altro che un fiacco fisico, da ricovero dei vecchi. Del resto non è che potessi auspicarmi qualcosa di diverso, visto il lavoro che facevo. Su e giù per la città, manutenzionando flipper e juke-box. Tutto il giorno su un maledetto furgone calipando una sigaretta dietro l'altra. Una manna per i bronchi! Mentre il massimo dei movimenti che facevo era quello di contare le monetine dei "games", sì che anche un piano di scale mi dava il fiatone del cardiopatico. A causa di questo, in calzamaglia nera e scarpette da tennis policrome, cercavo di mettere riparo ai guasti di una cattiva igiene di vita affrontando il freddo intenso delle sei antimeridiane, non pensando altro che a correre e a correre senza sosta.
Dopo una settimana di simile medicina mi ritrovai a letto del tutto a pezzi nell'animo come nel corpo. In altre circostanze avrei desistito di certo da ricercare ulteriori benefici in quella pratica di autoflagellazione, ma la concomitante, sì, di uno splendido animale femminile appartenente alla specie homo sapies, agì su di me meglio di qualsivoglia terapia. Tutte le mattine, infatti, appena giunto al ponte re Umberto - il primo! - ravvisavo quell'essere venirsene dall'altra sponda fra il sulfureo nebbioso del mattinale. Volto klimtiano e occhi bluebysantium, labbra doriche e l'aureo dei capelli ondeggiante: tutto di lei era teso ad esprimere quell'armonia di muscoli e arti, in un unisono ritmico e costante, vibratile nelle torsioni, sublimantesi nella falcata ampia ed elegante delle sue gambe lunghe e… ed ero affascinato e soggiogato a un tempo e a tal punto che la mente era ormai una dinamo impazzita, scintillante pensieri e desideri che nessun potenziale di terra avrebbe più potuto ridurre a nulla.
Il primo giorno ostentò indifferenza. Così anche il secondo e il terzo. Il quarto giorno il ratto abbozzo di un sorriso. Il quinto un cenno di saluto. Ma la sera del sesto mi trovai ad indurla in tentazione dietro a un tavolo del Macumba.
Per cominciare il Macumba di Pinero era da anni la mia tela di ragno. Un ristorante con annesso nightclub dove nove anni prima avevo preso una colossale sbronza ad opera di un' entraîneuse anglofona, che come una Shahrazâd mi aveva tenuto su tutta la notte raccontandomi le sue vicissitudini erotiche nei mari del sud. E avevo sognato bevendo da quelle labbra. E bevuto sognando di kamasutreggiare con quella occhidolci dalla pelle avana, fra il ruvido di una vela di randa, rollando su d’una caracca carica d'oppio per il golfo del Tonchino. Manco a dirlo, all'alba mi risvegliai abbandonato in mezzo a un cumulo di rifiuti, diligentemente ripulito del portafogli. Anche queste sono lezioni di vita, mi dissi, così che al Macumba continuavo ad andarci lo stesso ma con i soldi contati e possibilmente già in buona compagnia.
Liza. Liza McLaughlin. Trent'anni e un fisico da diciassette. Nata in Australia, cresciuta a New York e residente a Parigi nel mitico boulevard Hausmann: quello mitico per l'insonnia. Mi stava accanto, sorridente, ed io ero incantato da quel suo sguardo così idealmente irraggiungibile e nello stesso tempo mi sorprendevo a farneticare, fra me e me, che qualunque imbecille al primo anno di medicina avrebbe potuto riconoscere in lei un insieme affatto comune di palpebre iridi sopracciglia pupille. Per non parlare del disegno delle labbra: che cos'altro se non l'esteriore mobilità di un orifizio, atto ad ingurgitare solidi e liquidi, funzionale al respiro, il cui massimo dell'intelligenza risiedeva nel trattenere la salivazione, entro i limiti della decenza, durante l'articolazione del linguaggio. Ma lei rideva. Dio come rideva bene! Un duplice filare di denti in ordine perfetto mostrava gli indubbi benefizi della rimozione periodica della cosiddetta placca, nonché gli eustrali che provenivano a lei dall'uso sistematico di portentosi dentifrici sterminatori del tartaro, congiunti a taumaturgici colluttori e allo spazzolino colla setola del tasso: sì d'avere l'alito terso e puro dell'infante, che i più chiamano "baby" nella speranza che due labiali medie in rapida successione rendano meglio l'idea dell'innocenza.
Cominciò col parlarmi del padre, che faceva l'allevatore di bestiame e poi della madre e delle di lei qualità culinarie. Ma a me non fregava un accidente, né del daddy che trasformava il mondo in bistecche, né della mommy e della sua torta di mele. Piuttosto badavo a rappresentarmi Liza in forma di Liza desnuda, mentre le sue mielate parole circa il "welfare state" della "family life" avevano su di me un coefficiente di penetrazione pari a quello del neutrino.
Ma che ci faceva ad Angustia Taurinorum questo essere proveniente da Wonderland? Come poteva aver dato in baratto la mia Parigi - la Parigi del mito - per questa gabbia di matti che nessuno lascia senza recarne in sé la cicatrice? No, non scherziamo! A Torino c'è la peste. A Torino non si fa turismo. Da Torino si fugge senza voltarsi indietro.
Da qualche parte venne fuori una «Dama che cammina» e una certa «Maschera d'oro», insieme ad altre cianfrusaglie del Museo Egizio a cui lei sembrava tenere molto. Sulla scia di queste mi toccò subire una quasi conferenza di egittologia, con tutti gli annessi e connessi al tempietto di Ellesija, la cui descrizione, peraltro minutissima, era compresa in trecento e rotte cartelle dattiloscritte, oltre a quaranta e più di bibliografia - indici a parte! - che messe insieme costituivano la SUMMA PRATICA di circa vent'anni di paterni esborsi. La sorboniana weltanshauung di una tesi, sì, dottorato in architettura di castelli in aria con specializzazione applicata alle reti metalliche dei letti a due piazze negli alberghi di tre quarti del mondo.
Ma Liza era straordinariamente loquace. Una loquacità evocativa e folle, efficace nel suscitare picaresche suggestioni nell'immaginazione di chi come me la stava ad ascoltare. Improvvisamente mi domandò: «Sei mai stato in Grecia?».
Tenne quelle domanda sospesa, quasi cercasse un appiglio nel riflesso dei miei occhi. Un modo strano di guardarmi: umanissimo e disaminante insieme. Un cercare qualcosa, il suo, che trascendeva la lessicalità delle parole, che ormai procedevano sul duplice binario del distaccato e dell'intimo a un tempo. Forse un ritegno tardivo frenava la sua lingua al limite dell'irreparabile. Un salto nel buio. Qualcosa che un mio replicare avrebbe potuto trascinare nel fondo di chissà quale abisso, oppure, come un vortice che si raggrumi a massa, sostenerla in un volo verso l'infinito.
«Sì che ci sono stato!» le dissi.
Così raccontai a Liza della mia Grecia, di Kerkyra, di quando mi ritrovai a ballare come un negro assieme ad Andrea - vulcanica squinza dello Yorkshire - mentre un vecchio juke-box suonava ancora beatlessianamente Can't buy me love e Ticket to ride sotto un cielo di settembre degno di Lucy in the sky with diamonds. Le parlai di Andrea e delle di lei frenesie di mènade fisosofeggiante un vita "hic et nunc" da bersi fino alla feccia. Raccontai delle nostre corse pazze su vecchie limousine, ubriachi fradici, assieme a dedalici ragazzi greci, mentre cercavamo il Colossus of Maroussi - la magica appendice ai Tropici - che indicasse a noi, apprendisti sciamani di un paradiso perduto, perduto per sempre, la casa di Durrell e la via ormai impraticabile per Big Sur. Le parlai di tante cose. Già! E da qualche parte saltò fuori anche il "Miglior Fabbro", quello che dette il pneuma a mezza babele del Novecento. Su quella bara c'erano le ragazze di Gauguin e il Mar dei coralli. Senza di lui Odisseo sarebbe rimasto a Trieste nell'indigenza del proprio «silence, exile, and cunning». Ma che se lo cacciasse su su per il brunale l'isterica barboncina della Hogarth Press, il suo torchietto a mano e continui il Tamigi a "spolparle le ossa in sussurri", mentre il sale sia sparso sulle rovine del Bloomsbury. Sì, la Commedia come trait d'union tra Pound ed Eliot. Ma già l'immagine del DISCIPLINARY TRAINING CENTER di Pisa ricopriva di amaro troppo amaro l'architettura dei Cantos. E tutto questo per delle questioni d'ideologia peraltro sciocche. Non era affar mio rendere giustizia dell'ingiustizia, io che per vivere smontavo e rimontavo flipper e juke-box, io che non credevo in un «amor che move il sole e l'altre stelle».
Non sarebbe poi così difficile prendere avvio da quella sera e poi da lì, come nel gesto di rovesciare una clessidra, disaminarne ogni singolo granello, stillarne uno ad uno in virtù di qualche logica aliena all'emozione, per dimostrare poi che cosa… Che un tempo divenne, acquisì un senso, sempre quello, per un ultimo ed eterno ballo sul marmo di una Morgue. La realtà e la sua rappresentazione molteplice. La prima, cosiddetta tangibile, se mai qualcuno fu tanto abile a ballarne il tango; così profondamente superficiale, da stipendio fisso, tale da potersi riassumere a millenni interi con l'intensità di un bicchier d'acqua portato alle labbra. E poi la seconda, polverosa chiosatrice alessandrina, che si nutre di briciole e di avanzi dei già magri pasti della prima. Ma altra cosa è la vita, e altra ancora è l'emozione del creare senza la presunzione di fedeltà a canoni prestabiliti.
Perché si sa, le ragazze americane vanno a letto con il loro boy-friend ancora prima di conoscerne il nome o l'entità patrimoniale. Allo stesso modo di come stappano una lattina di cocacola o si cacciano in bocca una strisciolina di chewing-gum. Meccanicamente. Magari pensando ad altro. E in fondo quello era tutto ciò a cui pensavo e speravo per quella sera. Quando proposi a Liza di passare la notte insieme mi rispose semplicemente «E perché no?!». Certo che avrei voluto regalarle la mia vita in forma di rosa, possibilmente non mistica, ma la ragazzina che girava tra i tavoli, per dispensare una baccarat abbiosciata voleva trentamila lire. Decisamente troppo per una vita, come la mia, scassatamente alla deriva, e del resto ormai senza più sorprese.
Riccardo Subri
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